Nuove regole Ue in arrivo, come cambiano i social e le piattaforme di ecommerce

Il Digital Services Act (o DSA) è il disegno di legge con cui l'Unione mira a imporre alle grandi multinazionali della rete una maggiore responsabilità sui contenuti illegali o nocivi che circolano sulle loro piattaforme e per contrastare le fake news.

futuro dei media 2022

Saranno vietati gli annunci mirati ai minori, così come quelli indirizzati agli utenti in base al loro sesso, all’etnia di appartenenza o all’orientamento sessuale. Saranno messe al bando le tecniche ingannevoli che le aziende usano per spingere le persone a fare cose che non avevano intenzione di fare, come la sottoscrizione facilitata di servizi difficili da rifiutare. Non solo. Per dimostrare che stanno facendo progressi nel limitare queste pratiche, le aziende tecnologiche dovranno effettuare valutazioni annuali del rischio delle loro piattaforme.


Le Big Tech dovranno anche disporre di personale adeguato per gestire la moderazione dei contenuti perché gli utenti avranno il diritto di presentare reclami nella propria lingua. Per contenuti si intende inserzioni commerciali ma anche post dei singoli utenti. E chi non rispetta le regole rischia sanzioni fino al 6% del fatturato globale o addirittura il divieto di operare nel mercato unico dell'UE in caso di ripetute gravi violazioni.


Sono solo alcune delle conseguenze del Digital Services Act (o DSA), il disegno di legge dell’UE che impone alle Big Tech (molte delle sue disposizioni si applicano alle piattaforme che hanno più di 45 milioni di utenti nell'Unione Europea, piattaforme come Facebook, la controllata di Google YouTube, Twitter e TikTok raggiungerebbero tale soglia e sarebbero soggette ai nuovi obblighi) una maggiore responsabilità sui contenuti illegali o nocivi che circolano sulle loro piattaforme e include misure contro la disinformazione online: questo regolamento è stato pensato per combattere le fake news.


Prima mondiale in termini di regolamentazione digitale


"Questo regolamento - fa sapere la Commissione UE - unico nel suo genere, costringerà piattaforme come Facebook, YouTube o Twitter a moderare i contenuti che ospitano. La DSA è una prima mondiale in termini di regolamentazione digitale. Il testo consacra il principio che ciò che è illegale offline deve essere illegale anche online. Mira a proteggere lo spazio digitale dalla diffusione di contenuti illegali e a garantire la tutela dei diritti fondamentali degli utenti".

In sintesi il testo vuole consacrare il principio che ciò che è illegale offline deve essere illegale anche online e mira a proteggere lo spazio digitale dalla diffusione di contenuti illegali e a garantire la tutela dei diritti fondamentali degli utenti.


Che cosa succederà sui social


Stop ai dark patterns. In particolare, la proposta di legge sancisce che la pubblicità mirata basata sulla religione, l'orientamento sessuale o l'etnia di un individuo è vietata.

Anche i minori non possono essere oggetto di pubblicità mirata. Le interfacce utente confuse o ingannevoli (i cosiddetti dark patterns) progettate per guidare gli utenti a fare determinate scelte saranno vietate. L’Ue ha stabilito che annullare gli abbonamenti deve essere facile come registrarli.


Le grandi piattaforme online come Facebook dovranno poi rendere trasparente agli utenti il funzionamento dei loro algoritmi di raccomandazione (ad esempio utilizzati per ordinare i contenuti nel feed di notizie o suggerire programmi su Netflix).


Cambia la profilazione e il feed. Agli utenti deve anche essere offerto un sistema di raccomandazione "non basato sulla profilazione". Nel caso di Instagram, ad esempio, ciò significherebbe un feed cronologico (come introdotto di recente). I servizi di hosting e le piattaforme online dovranno spiegare chiaramente perché hanno rimosso i contenuti illegali, oltre a dare agli utenti la possibilità di presentare ricorso contro tali rimozioni.


Contenuti illegali. Il nuovo regolamento prevede l'obbligo di rimuovere "prontamente" eventuali contenuti illegali o nocivi o che circolano sulle loro piattaforme (secondo le leggi nazionali ed europee) non appena una piattaforma ne viene a conoscenza. Costringe poi i social network a sospendere gli utenti che "spesso" violano la legge.


Fornire i dati. Le grandi piattaforme online dovranno fornire dati chiave ai ricercatori per "fornire maggiori informazioni su come si evolvono i rischi online". I mercati online devono conservare le informazioni di base sui commercianti sulla loro piattaforma per rintracciare le persone che vendono beni o servizi illegali. Le grandi piattaforme dovranno anche introdurre nuove strategie per affrontare la disinformazione durante le crisi.


Cosa cambia per l'e-commerce


Nel DSA è contenuto anche un importante aggiornamento sulla direttiva delle piattaforme di ecommerce, nata 20 anni fa quando le piattaforme giganti erano ancora allo stato embrionale. I siti di vendita online saranno obbligati a verificare l’identità dei loro fornitori prima di offrire i loro prodotti. I prodotti saranno verificati una volta all’anno da organismi indipendenti e posti sotto la supervisione della Commissione Europea.


L'accordo politico sul Digital Services Act apre la strada alla sua adozione formale nelle prossime settimane e alla legge vera e propria che entrerà in vigore probabilmente entro la fine dell'anno. Anche se le regole non inizieranno ad applicarsi fino a 15 mesi dopo, quindi c'è un periodo di tempo abbastanza lungo per consentire alle aziende di adattarsi.


Perché il DSA cambia tutto


Finora i regolatori non avevano accesso ai meccanismi interni di Google, Facebook e di altre piattaforme, ma con la nuova legge le aziende dovranno essere trasparenti e fornire informazioni ai regolatori e ai ricercatori indipendenti sugli sforzi di moderazione dei contenuti.


Un esempio? Conoscere i dati di YouTube per sapere se il suo algoritmo ha indirizzato gli utenti verso la propaganda russa più del normale. Per far rispettare le nuove regole, la Commissione europea dovrebbe assumere circa 200 nuovi dipendenti, che saranno pagati dalle aziende tecnologiche attraverso una “tassa di vigilanza’’, che potrebbe arrivare fino allo 0,1% del loro reddito netto globale annuale.



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